Studio Arcobaleno

L’ADOZIONE TRA PREGIUDIZIO E REALTA’. L’ESPERTO AI GENITORI:PUNTARE SULLA RELAZIONE DANDOSI TEMPO

(DIRE – Notiziario Psicologia) Roma, 3 mar. – È un pregiudizio pensare che tutti i bambini adottati porteranno con sé, per tutta la vita come una ferita indelebile, i segni dell’abbandono subìto, e che questa esperienza li predisporrà a una serie di psicopatologie. Ancora, è un pregiudizio credere che i minori adottati non sviluppino nessuna forma di attaccamento prima dell’adozione. A svelarlo alla DIRE è Paola Terrile, psicologa analista diplomata al Carl Gustav Jung Institut di Zurigo, membro dell’International association of analytical psychology e socia e docente presso la Scuola di psicoterapia e il corso Analisti del Centro italiano di psicologia analitica (Cipa). La psicoterapeuta ha anche scritto insieme alla dottoressa Patrizia Conti, anch’essa psicologa analista del Cipa e consulente tecnico d’Ufficio per tematiche minorili presso il Giudice, un libro sul tema dal titolo ‘Figli che trasformano. La nascita della relazione nella famiglia adottiva’(Editore Franco Angeli, Mi, 2014).

‘E’ vero che il bambino adottato ha subìto un abbandono e che in seguito potrebbe sviluppare dei sintomi legati al trauma- precisa l’esperta-, però è anche possibile che prima dell’adozione abbia maturato e introiettato una serie di esperienze di attaccamento positive che riequilibrano in parte gli effetti negativi del trauma. È più utile puntare lo sguardo sugli elementi sani della personalità del bambino – sottolinea Terrile- perché osservare solo le sue fragilità ci conduce a una profezia che si ‘autoavvera’. In altri termini, focalizzarci unicamente sul trauma impoverisce lo sguardo e non aiuta i genitori adottivi a creare un legame che rispetti la personalità del piccolo in tutte le sue componenti, comprese le esperienze pregresse’. Quasi tutti i minori adottati, osservati nel primo periodo di inserimento in famiglia, ‘hanno una grande capacità di adattamento all’ambiente, imparano bene la lingua e socializzano con facilità con agli altri bambini. Si tratta di elementi rivelatori delle loro risorse, e il tenerne conto può guidare i genitori ad entrare in contatto con i figli adottivi senza entrare nella tenaglia dell’amore soffocante- chiarisce la psicoterapeuta- ma piuttosto aiutando i bambini a sviluppare la loro autonomia a partire dalla loro personalità e dalle competenze che già possiedono’.

COME SI ORIENTA UN GENITORE ADOTTIVO NELLO 0-3 ANNI – ‘Nelle sedute di post-adozione, che coinvolgono tutta la famiglia, osserviamo i bambini nel gioco spontaneo’, spiega la psicologa Cipa. Il minore gioca nella stanza in cui sono i genitori, ‘ da solo o con loro mentre questi ultimi mi raccontano dubbi e a volte timori rispetto alla relazione con il bambino’. In genere, nel giro di poche sedute emerge la modalità spontanea in cui il piccolo si relaziona con la madre e il padre: ‘Ricordo una bambina di 11 mesi- riferisce la psicoterapeuta- che camminava appena e parlava ancora molto poco, ma quando arrivava in seduta si scatenava in grandi pianti rivolti al padre o alla madre. I genitori, imbarazzati, mi dicevano che a casa non si comportava così. Solo in seguito capimmo che questo pianto era legato all’eccesso di aspettative che la bambina sentiva su di sé. I genitori si aspettavano che lei diventasse subito la loro figlia, ma lei ancora non si sentiva ‘nata’ da loro e piangeva per attirare l’attenzione su quelle che erano le sue esigenze. Un pianto rabbioso che ha permesso ai due adulti di comprendere di aver inserito la piccola troppo rapidamente nella loro vita, dando per scontato che stesse bene ma senza tenere conto dei suoi tempi. Compresero che dovevano rallentare, nello specifico lavorare un po’ meno, affidarla meno ai nonni e mandarla all’asilo a tempo parziale’.

COME SI ORIENTA IL GENITORE ADOTTIVO CON I BAMBINI PIU’ GRANDI – ‘Con i bambini più grandi bisogna dare regole educative precise, non troppo rigide, tenendo conto delle abitudini pregresse che il bambino man mano rivela. Il minore avrà bisogno di regole per familiarizzare con il nuovo mondo e per giungere a sentire il genitore come contenitore e guida. Il dare regole può a volte spaventare i genitori adottivi- sottolinea Terrile- il figlio percepisce l’eccesso di paura e finisce per sentirsi smarrito e regredire. Con una mamma particolarmente ansiosa, per esempio- consiglia- può essere raccomandabile che il papà intervenga nella fase di addormentamento’.

ASPETTO EDUCATIVO E PROCESSO DI ATTACCAMENTO – ‘Un figlio adottivo si affida più facilmente se il genitore è un riferimento educativo sicuro. Il piccolo non ha mai avuto guide adulte costanti o, se le ha avute, le ha perse. Occorrerà ricostituire un rapporto di fiducia nella relazione- chiosa l’analista- un processo che richiede tempo. È dunque molto importante aiutare i genitori a procedere per gradi nella costruzione del legame: l’adulto dovrà accettare che all’inizio si è reciprocamente estranei e che ci sono elementi dell’esperienza pregressa del bambino (dai 3 anni in su) che gli sfuggono o gli sfuggiranno sempre. Per un genitore che non ha altri figli non è scontato riuscire a pensare i legami pregressi del bambino adottato, vissuti dal figlio in un’epoca in cui il genitore adottivo non faceva parte della sua vita. Per questo invito il padre e la madre a lasciarsi gradualmente trasformare dalla relazione affettiva con il figlio, in un processo di ‘adozione’ reciproca in cui è bene non avere fretta, e soprattutto non dare nulla per scontato’.
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ADOZIONE È CREAZIONE DEL LEGAME RECIPROCO – ‘Dare in senso affettivo e chiedere in senso educativo’, una piccola regola svelata dalla docente del Cipa. ‘Occorre accompagnare i genitori a sviluppare una funzione riflessiva genitoriale che parta dalle proprie caratteristiche, senza idealizzare il proprio ruolo. In alternativa alla ‘perfezione’, è importante essere sé stessi e imparare ad ascoltare il bambino così com’è, anziché tendere a plasmarlo ignorando alcuni aspetti della sua persona che possono creare difficoltà (il suo passato ed aspetti del suo modo di porsi che non riusciamo a comprendere)’.
I PRESUPPOSTI DI UNA RELAZIONE EMOTIVA AUTENTICA – ‘Con questi presupposti, nel processo di costruzione della relazione tra genitori adottivi e figlio adottato si assiste spesso alla creazione di legami che lasciano ben pensare per il futuro.

Osserviamo il genitore mettersi in gioco con grande energia per entrare in relazione con sé stesso e con quel bambino-racconta l’esperta- sviluppando quegli strumenti necessari ad affrontare i problemi di adattamento e a creare un’ossatura della famiglia adottiva non meno forte rispetto a quella naturale’.

QUANDO RIVELARE AL BAMBINO LA VERITA’ SULLE ORIGINI- ‘Suggerisco di iniziare appena il piccolo è in grado di capire, già verso i due anni: questo permette al bambino di far proprie le informazioni base della propria origine e di poter porre più avanti, quando ne sentirà l’esigenza le domande di approfondimento. Come affrontare l’argomento? Mostrando al piccolo le foto di quando i genitori sono andati a prenderlo, oppure raccontandogli in forma di storia con semplicità e chiarezza, il viaggio dei suoi genitori, a partire dal desiderio di avere un bambino proprio come lui. Parliamo di minori con una grande capacità di incamerare, per i quali il racconto della loro storia diventa nel tempo una parte fondante della loro identità. Ci sono varie strategie linguistiche per dare voce ai personaggi di questa storia- riferisce Terrile-, ad esempio c’è chi parla di mamma di pancia e mamma di cuore; in ogni caso è meglio affrontare l’argomento già prima che il bambino lo chieda’. Per aiutare i piccoli a sentirsi ‘come gli altri’ esiste anche il gioco della pancia, che alcuni bimbi propongono spontaneamente: ‘Il bambino fa finta di essere nato dalla mamma adottiva, che a sua volta finge di essere incinta e poi di partorirlo’.

RIGETTI MOMENTANEI – ‘Quando il bambino viene a conoscenza della verità può avere dei rigetti momentanei- avverte la terapeuta- ma a 3-4 anni reagisce subito esprimendo le proprie emozioni.
Invece, se lo scopre a otto anni magari si chiude. Infine- conclude l’analista- la sua storia non gli va raccontata una volta sola, ma più volte nel corso dei primi mesi di vita comune e degli anni dell’infanzia, sempre lasciandosi guidare dalle specifiche curiosità del bimbo. Spesso i genitori vengono da me perché non sanno come gestire la rabbia dei figli quando gli viene narrata per la prima volta la storia del loro ingresso nella famiglia adottiva, oppure la loro tristezza e chiusura: la soluzione si trova sempre all’interno della relazione, rispettando i tempi del figlio e anche i propri limiti nel gestire questo tema così delicato’.
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